Fermo i pensieri in corsa, quando attraversano il mio cervello; li fisso perché non si confondano nel caos di immagini che quotidianamente registro e di sensazioni che assorbo mentre parlo, osservo, percepisco odori, ascolto, mentre, cioè, i miei sensi lavorano e io li assecondo inconsciamente. È questo ciò che faccio portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 12 maggio 2015

REVISIONE: un pozzo senza fine


È da un po' di tempo che un incubo mi tormenta: qualche giorno fa mi sono svegliata con un pensiero in testa, una di quelle fastidiose pulci che prima è soltanto una presenza molesta, poi si trasforma in mostro persecutore.
Ho scritto sei capitoli del nuovo romanzo, iniziato quest'estate, ma non riesco ancora ad archiviare quello precedente, a considerarlo un'esperienza chiusa, continuamente inseguita dagli errori che sbucano come gramigna in un campo di grano.
Il mio "31 dicembre" è come il cappello del mago, come la borsa di Mary Poppins: da lì fuoriesce di tutto e vada per i refusi che la piccola Casa Editrice, che lo ha pubblicato, non ha saputo individuare, ma quelle E maiuscole del verbo essere apostrofate anziché accentate e quei po accentati anziché apostrofati, no, questo è inaccettabile! Non me ne faccio una ragione, io che intercetto persino le sviste più occulte, che inorridisco se trovo qualche strafalcione sfuggito all'occhio attento di chi lo ha commesso scrivendo; io che da lettrice calo mannaie sulle teste degli scrittori, da scrittrice sono distratta quanto loro.

E non mi rassegno all'idea che chi ha, a suo tempo, apprezzato il cartaceo, adesso si trovi nello scaffale della libreria un testo che ho  già corretto ben tre volte rispetto alla sua versione originaria.
Perché, mi chiedo, sono così attenta e puntigliosa con i libri degli altri e sul mio ho combinato un mare di pasticci? Addirittura mi sono gratuitamente offerta di correggere il testo di un giovane autore che ha scritto una storia illeggibile dal punto di vista sintattico- grammaticale (un'esperienza che ho riassunto in un mio vecchio post. Se volete, potete leggerlo qui), senza accorgermi delle numerose sviste e delle imprecisioni contenute nel mio romanzo.

Partiamo dalla regola fondamentale che un manoscritto può dirsi definitivamente completo non quando la storia arriva alla parola fine, ma quando si è ultimata proficuamente la revisione del testo, dove per revisione non si intende solo la semplice rilettura per verificare se il discorso fila, ma uno spulciamento di frasi e costrutti al fine di individuare la presenza di errori di ortografia, di battitura, di disattenzione, tutto quello cui la mano distratta non bada mentre scrive sotto il flusso indiscriminato di pensieri e parole.
È un lavoro che ho fatto da sola e che non mi ha salvato dagli scivoloni grammaticali talvolta talmente grossolani da farmi vergognare di averli commessi con tanta leggerezza. 

Voglio condividerne un campionario con voi.

Accenti acuti e gravi

I guai con la revisione sono cominciati dopo il completamento della prima stesura del romanzo. All'epoca (era il 2009) scrivevo con il Word di Windows XP e le correzioni automatiche mi hanno aiutato ad intercettare molti comunissimi errori, in primis quelli legati agli accenti: perchè si scrive così (con l'accento grave) o così: perché, con l'accento acuto? A parte che ancora adesso continuo a non sapere applicare la regola grammaticale (non so quanto questa ammissione di ignoranza squalifichi la mia attività di presunta scrittrice), un tempo digitavo le e nel modo che mi veniva più semplice; poi, una lineetta rossa tratteggiata mi segnalava l'errore e paff, mi bastava dare l'invio perché tutto andasse al posto giusto: affinché, giacché, perché, né, sé, si scrivono con l'accento acuto, però, ciò, più, cioè, con l'accento grave. È un problema di pronuncia: l'accento acuto indica una pronuncia chiusa, l'accento grave una pronuncia aperta. Ora, la grammatica italiana è sacrosanta, ma non tiene conto delle difficoltà collegate, per esempio, al dialetto: ve lo immaginate un siciliano alle prese con la corretta pronuncia aperta o chiusa delle parole? Il siciliano costretto a fare esercizi di dizione per chiudere un po' quelle vocali che si dilatano appena apre la bocca? (Lo dico da siciliana d.o.c. con le a e le e fieramente esibite a tutto tondo!)

Virgolette e corsivo

Alte doppie, chiamate anche doppi apici (") o basse dette anche caporali («»)? Qui non c'è una regola precisa, ma io che non mi faccio mancare mai niente, mi sono complicata la vita usando i primi per evidenziare anche i dialoghi riferiti al passato (rivissuti nel ricordo) e la lineetta per i dialoghi nell'attualità. Poiché la storia che racconto nel romanzo intreccia due realtà, quella vera e quella virtuale, i due piani di narrazione sono sottolineati dall'uso del corsivo, così una conversazione raccontata presenta doppi apici e corsivo. Pensate a quello che è successo nella redazione della Casa Editrice dove la mia referente per la correzione delle bozze, avendo convertito il testo in un font diverso da quello usato nel mio file, ha sovvertito ordini e cambiato aspetto, con corsivi (necessari) diventati normali, virgolette alte doppie e lineette sostituite da caporali, con un risultato disastroso di totale confusione cui ho dovuto rimediare ricorreggendo le bozze del correttore di bozze (suona paradossale, no?).

Impaginazione

Sicuramente gli errori più grossolani li ho commessi quando ho scritto il romanzo con il programma di videoscrittura, convinta che bastasse impostare la pagina con le sue dimensioni (a questo ero abituata dalla collaudata conoscenza della "cartella" richiesta in tutti i concorsi: la famosa pagina di trenta righi per 1800 battute) e il gioco era fatto! E le interruzioni di pagina alla fine di ogni capitolo? E gli utili segni di formattazione tipo quello del paragrafo che evita doppi spazi fra le parole o interlinee sbagliate? Ignorate, con la conseguenza che, in fase di conversione del file nel formato utile per creare l'ebook, il testo risultava tutto sballato, con capitoli che iniziavano a fine pagina di quello precedente, paragrafi sconnessi dal discorso cui erano collegati.

Puntini di sospensione

Questo è un abuso segnalatomi da un lettore che, pur apprezzando l'originalità della storia, mi ha consigliato di usare meno puntini sospensivi.
Puntini sospensivi, dico io?
È riprendo in mano il testo del romanzo (già presente nel catalogo degli ebook su Amazon, dunque siamo nel periodo dell'autopubblicazione, avvenuta qualche anno dopo la pubblicazione ufficiale).
Ma il testo è un tripudio di puntini di sospensione, solo nella prima pagina del prologo ne riscontro in quantità smisurata, quasi un rigo sì e uno no!
Ho commesso l'errore di dare alla parola scritta la stessa natura impalpabile di certe espressioni della lingua parlata; certe volte il pensiero sfuma e allora ecco la sospensione: 
Quest’anno sarò sola la notte del trentuno dicembre... non mi importa granché, sono abituata alla solitudine...
(Questo è l'incipit del romanzo cui ho impietosamente mozzato ogni tentativo di rendere sospirante la riflessione di una lei insoddisfatta: ora quei puntini non ci sono più).

Rientri di paragrafo

Un'altra segnalazione sull'ebook, questa volta sotto forma di domanda che nasconde un insidioso tarlo.
Un amico scrittore mi scrive: "come mai il tuo romanzo non prevede rientri di paragrafo, risponde ad una tua scelta stilistica ben precisa?” Vado a controllare: pagine piatte e uniformi. Vero, rientri di paragrafo inesistenti, nessuna dinamicità, anche la lettura ne risente. Quale scelta stilistica, siamo proprio nel campo della crassa incompetenza.

E di nuovo rilettura, revisione, controllo capitolo per capitolo, pagina per pagina, rigo per rigo. Penso che adesso il romanzo sia a posto, lo riconsegno nelle mani esperte di chi me ne farà una nuova versione da ricaricare in rete e dormo sonni tranquilli.
E no!
La persona che sta riconvertendo il libro mi comunica che ha ritoccato il testo perché ha rilevato alcuni errori fondamentali.
ANCORA?

Accenti e Apostrofi

E qui l'uso comune, ormai assorbito, mi aiuta tantissimo: so quando usare l'accento, so quando usare l'apostrofo, ma come mai, nel romanzo, ci sono molte e maiuscole del verbo essere, che invece di essere accentate sono apostrofate? Semplice, perché la mia testa mi faceva dire, erroneamente, che, in mancanza di un segno già esistente sulla tastiera, dovessi ovviare al problema aggiungendo un apostrofo. Ma dov'è il troncamento nella e del verbo essere? Adesso scrivo con il Pages del Mac e, interrogando il web su come fare per  avere una È, scopro che è semplicissimo: basta schiacciare contemporaneamente il tasto ALT + 9 e digitare la e maiuscola e via, spunta un meraviglioso segnetto in testa alla lettera.
Invece in po, parola tronca di poco, non è l’accento che indica l’apocope, bensì l’apostrofo, APOSTROFO, capito? Si scrive po', non pò.
Meno male che con il do, da, fa me la cavo ancora bene (forse!).

La conclusione è che dopo anni dal concorso vinto (dalla conseguente pubblicazione del romanzo, dalla cessazione del rapporto con la Casa Editrice e la mia decisione di dare ancora opportunità al mio libro tramite l’autopubblicazione), io sia talmente legata alla storia che ho raccontato da provare a correggerne tutti i difetti riscontrati anche grazie ad una consapevolezza nuova su come un romanzo vada scritto, perché quando decidiamo di raccontare qualcosa investiti dal sacro fuoco dell’ispirazione, non possiamo sorvolare sugli aspetti tecnici: lo stile va supportato dall’adeguata conoscenza della lingua nella quale si sta scrivendo, senza ma e senza però. Se è umano commettere errori, se è tollerabile la svista che scivola sul foglio incautamente, non lo è più quando ci si ostina a volere scrivere ignorando le regole di grammatica o, meglio, senza quel bagaglio di conoscenze linguistiche su cui uno scrittore avveduto non può assolutamente peccare di superficialità.

Non fatemi sentire l’unica ad avere avere vissuto come un incubo l’esperienza della revisione: raccontatemi le vostre esperienze.

Sei più rilassata, Marina?
31 dicembre è sempre il tuo orgoglio, adesso chi vorrà leggerlo potrà apprezzarlo nella sua totalità: sistemato, revisionato, tutto al posto giusto, ma… qualcuno che lavora nel settore dice che i puntini di sospensione sono un segno grafico a sé, non tre punti fermi digitati in sequenza e poi… non posso, non voglio crederci, hai scoperto un nuovo mostro da sconfiggere:
le D-EUFONICHE! Ed, ad…
Noooo! il mio romanzo ne è strapieno, come un albero di ciliegio fiorito in primavera!
Chilate di d-eufoniche! Sprofondo, soffoco, il romanzo è ancora da ritoccare e riconvertire e ricaricare in rete.


E il mio incubo continua…

32 commenti:

  1. Tutte queste cose per me fanno parte della prima stesura :)
    Dato però che utilizzo strumenti diversi dai programmi di video scrittura, mi viene abbastanza facile trovarli in automatico. Ho anche un riepilogo con le convenzioni delle principali Case Editrici riguardo a caporali, lineette e corsivi: piuttosto utile per non andare a inventare formattazioni strane che poi possono generare cose strane in stampa e in lettura.
    Per me, invece, la prima revisione è il momento in cui davvero valuto l'equilibrio generale della storia: solo quando è terminata e sedimentata riesco a cogliere se ne ho rispettato la simmetria, se il ritmo funziona, se ci sono parti lente o buchi di un qualche tipo... e cose così :)

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    1. E che strumenti usi? E questo riepilogo? interessante: di che si tratta?
      Equilibrio, ritmi, buchi, questo è quello che ho subito cercato dopo la prima stesura del romanzo, perché potesse risultare coerente e con un filo ben tracciato; l'analisi linguistica, quando non contemporanea a questo tipo di valutazione, è venuta dopo. Fortunatamente gli strafalcioni si sono fermati a questo aspetto, non che sia meno importante, però il lavoro sulla storia e le sue parti richiede un impegno maggiore, a mio avviso

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    2. Uso Latex: è una specie di linguaggio di programmazione che produce in output pagine di livello editoriale per la stampa, oppure un semilavorato di livello non malaccio dal quale partire per produrre un e-book.
      Latex nasce per le pubblicazioni nel mondo scientifico, ma va ottimamente anche per produrre romanzi. Su wikipedia c'è una pagina, ma se ti interessa davvero è meglio che tu dia un'occhiata qui: http://www.lorenzopantieri.net/LaTeX.html
      Il riepilogo delle convenzioni tipografiche magari lo aggiungo nel post che pubblico domani, così rimane a disposizione di tutti.
      Io sono uno che si organizza molto prima, e così equilibrio ritmi e buchi dovrebbero essere a posto "per definizione" ancora prima di partire. Però, come sai, quando ci sei dentro non li vedi: ecco perché li rivaluto in seconda stesura, insieme alla musicalità della lingua.

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    3. Grazie, prezioso e veloce. ;)

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  2. Fra i punti che citi, il dubbio maggiore ce l'ho con le caporali, che uso nei dialoghi e che forse dovrebbero essere sostituite da delle virgolette basse. Solo che, siccome il programma non distingue fra aperte e chiuse ho qualche piccolo problema.
    In ogni caso, un testo ha bisogno di decantare perché i refusi siano notati con facilità. La mente non presta attenzione a ciò che già conosce, tende a focalizzarsi su altri dettagli più legati alla storia e al significato, perdendo la giusta prospettiva. Basta pensare a tutti gli svarioni, presenti nel testo che hai letto ieri, di cui non mi ero assolutamente accorta ... ;)

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    1. Certo, quando scrivi una storia non puoi stare a leggere e rileggere per vedere se trovi la e senza accento o la virgola che manca; gli svarioni sono comprensibili nella primissima stesura. Prestare attenzione dopo è un bel lavoro che, sicuramente, non puoi fare da solo, perché è come se gli occhi sì abituassero a vedere la pagina sempre nello stesso modo ed è lì la fregatura!

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    2. Esatto! Tra l'altro nemmeno un buon editor, nonostante tutta l'attenzione del mondo, riesce a vedere sempre tutto. Pensa che ieri ho apportato i piccoli aggiustamenti al mio testo, che tu mi hai suggerito, e ho trovato altre due cosette nell'ultimo paragrafo di cui nessuna delle due si era accorta. :-D

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    3. P.S. Ho sbagliato, nel mio post: io uso i doppi apici, ma vorrei passare alle caporali. Li sto sostituendo.

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    4. Senno, perché parlavo di "pozzo senza fine"! ;)

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  3. Per certi versi sono arrivata a un atteggiamento molto zen nei confronti dei refusi. Loro vincono. La cosa peggiore è successa con un romanzo. Editato mille volte in casa editrice, viene mandata in stampa la versione vecchia, con refusi e un capoverso invertito. Chi ha curato l'editing ha rasentato il suicidio.

    Per il resto si fa quel che si può.
    Di alcune cose non mi curo, perché poi spetta all'editore (se ci sarà), virgolette, rientri (che ho iniziato a inserire per gusto estetico) etc, l'importante nel manoscritto è che ci sia uniformità. Credo che anche nel self valga la regola dell'uniformità. Se ci fate caso, ogni editore ha regole sue proprie per la punteggiatura nei dialoghi (chiusura virgolette, punto alla fine del discorso diretto oppure no...), alla fine basta sceglierne una e rimanere coerenti. Io seguo le indicazioni di Delos:
    – Ciao – disse Alberto. – Come stai?
    – Meglio.
    – Ne sono felice – replicò sorridendo Alberto.

    Le d eufoniche, poverette, non hanno mai ammazzato nessuno. Mai sentito dire "certo, gran capolavoro, ho pianto tantissimo, ma le d eufoniche me lo hanno distrutto", chi non lavora nel campo quasi non sa neppure cosa siano.

    Interlinee, accenti, apostrofi e corsivi sono portatori di significato, quindi lì vale la pena di fare attenzione, sulla grammatica, poi, non si può transigere.
    Quindi sì alla cura, no al fanatismo!

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    1. Mi piace questa posizione: no al fanatismo. Dici che qualche D eufonica non è poi così grave? No perché ciò che pensi è estremamente consolatorio, credimi! Che poi, pare fatto apposta: ho preso qualche libro a caso e nessuno ha "ed" o "ad" nel testo, per questo ritengo che non debbano essere molto amate dalle Case Editrici! Se penso, invece, che la mia maestra le voleva tutte belle in fila nei temini che scrivevamo: potenza del l'insegnamento

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    2. Proprio ieri ho aperto le "Centurie" di Manganelli (uno che era ben attento alla scrittura): sono piene di eufoniche! :)

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    3. Evvai, queste so' soddisfazioni!

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    4. Sai, non mi è mai capitato di pensare di aver apprezzato o non apprezzato un romanzo per le "d" eufoniche. Immagina la frase: "Il nome della rosa, gran romanzo, ma quella d eufonica a pag 404 me l'ha proprio rovinato!"

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  4. Posso consigliare un libro? "Italiano: corso di sopravvivenza", editore Ponte alle Grazie. Non è una grammatica, ma un testo utilissimo che aiuta a chiarire tanti dubbi sulla lingua. Ah, l'autore è Massimo Birattari.

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    1. Consiglia, consiglia: ho preso l'appunto, titolo e autore. Grazie

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  5. Ah quanto ti capisco! Leggi, rileggi, rileggi ancora, eppure qualcosa scappa sempre. Scappa pure se fai leggere ad altri, ma comunque un occhio esterno aiuta sempre.
    Io ultimamente sono entrata in fissa su alcune cose, come i dialoghi. Prima usavo i trattini, ora ho deciso di convertirli con i caporali perché mi sembrano più eleganti. Non hai idea del lavoro che ho dovuto fare... e che sto ancora facendo. Per fortuna il romanzo è ancora in costruzione, quindi c'è tempo per la versione definitiva, però immagino che con uno già pubblicato sia molto peggio. Lo immagino solo, perché il mio primo romanzo ho deciso di non controllarlo più fino a quando tornerò in possesso dei diritti d'autore. Poi farò come te :)

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    1. Anch'io, durante il periodo dei diritti in capo alla Casa Editrice, avevo accantonato il romanzo, pensandolo perfetto: non mi chiedo nemmeno come mai una Casa Editrice abbia potuto pubblicare un lavoro così pieno di refusi!

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  6. Cara Marina, ho comprato il tuo ebook e lo sto leggendo ( te lo avevo anche scritto in un commento sul post auto-promozione) e non mi sembra che ci siano tutti questi problemi che segnali. I puntini di sospensione li ho notati oggi perché ho letto il tuo post, insomma non mi pare che stiano cosi male nel discorso. Io penso che il lettore se viene catturato dalla storia non fa poi tanto caso al tipo di virgolette, ai puntini di sospensione o ad altro. È importante il linguaggio grammaticamente corretto e ovviamente la cura del testo più che di può, ma senza diventare maniaci compulsivi.
    Certo che adesso che mi hai fatto notare tutte queste questioni, vado a ricontrollare per l'ennesima volta il mio ebook. O forse potrei usare la mia energia per la revisione del mio nuovo romanzo.

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    1. La sorpresa più grande è sapere del tuo acquisto! Grazie, Giulia, spero che la storia ti piaccia, su quella non ho mai avuto dubbi o ripensamenti!
      Non ho letto il commento sull'auto-promozione, scusa, rimedio subito!
      Ah e poi... non trovi più i puntini sospensivi perché sono stati tolti (ho mantenuto quelli necessari), in compenso le D-eufoniche ci sono tutte! ;)

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  7. Il refuso fa parte del libro, nasce con il libro, ci sarà sempre. Amen.
    Alcune nozioni di base, proprio perché di base, dovrebbero invece essere assodate: accenti gravi e acuti, apostrofi. Purtroppo se li noto in un testo penso subito che l'autore non è pronto per pubblicare. Tutto il resto invece sono convenzioni editoriali che cambiano da casa editrice a casa editrice. Ognuna sceglie quello che esteticamente le piace e in teoria uniforma tutti i testi alle proprie regole. Se pubblichi, o vuoi pubblicare, con uno specifico editore apprendi le sue regole e applicale più che puoi. Apprezzerà visivamente il tuo lavoro. Le d eufoniche non mi piacciono, ma sono questione di gusto, non di grammatica. La storia che i tre puntini sono un segno grafico unico non l'ho mai sentita. Ci andrei cauto. Tipograficamente, parlo di quando i tipografi stampavano a piombo, non esisteva se non il punto da ripetere tre volte. Manzoni scriveva mettendoci tre punti uno di seguito all'altro. Secondo me vale Manzoni.

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    1. Ti confermo che i tre puntini sono un segno tipografico unico, tanto quanto un "caporale" non sono due "minori" o due "maggiori" (e neppure due tenenti :D ).
      Così come andrebbero usati a modo i segni meno (-) lineetta (–) e linea (—)

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    2. Non so se stanotte andrò a letto sollevata!
      Devo anche dire, a parziale mia discolpa, che adesso ho una consapevolezza diversa e l'esperienza della pubblicazione con una Casa Editrice prima e l'auto pubblicazione dopo, mi è servita tantissimo: ho scritto il mio romanzo che mi ero appena laureata, leggevo tanto ma sapevo molto poco di impaginazione, correzione di bozze, avevo la freschezza e l'incoscienza dei vent'anni, facciamo ventitré. Adesso so per certo che, tolti i refusi sempiterni, non cadrei negli stessi tranelli.
      Mi metterò alla prova con la storia che sto scrivendo!

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    3. Questa cosa dei puntini è vera! Ho imparato una cosa nuova... Scopro solo ora che ho sbagliato sempre finora, almeno concettualmente. Word forse corregge automaticamente i tre punti di seguito sostituendoli con i tre puntini. Ma OpenOffice, io scrivo con quello, come si comporta in questo caso?

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    4. Non ti posso aiutare, io uso Pages di Mac e lì visualizzo i simboli della tastiera per inserirli nella pagina; credo funzioni così un po' dappertutto, tipo con il comando "inserisci" o qualcosa del genere!

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    5. Per Open Office:
      Strumenti - opzioni - sostituzione - lì ci sono le varie possibilità, tra cui anche quella per i punti di sospensione.
      Consiglio di mettere anche in automatico la correzione delle virgolette (si trova in opzioni localizzate nello stesso menu)

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  8. L'impaginazione è un problema, il più pressante da risolvere quando si crea un libro autoprodotto.
    Riguardo I doppi apici o le caporali, io seguo una regola ben precisa: in romanzi di autori famosi pubblicati da case editrici importanti, a volte i dialoghi ai aprono con il trattino ( - Ciao bella, mi salutò Paolo), altre volte coi doppi apici ("Ciao bella" mi salutò Paolo) altre volte ancora con le caporali.
    Ergo: secondo me è un falso problema, l'importante è essere coerenti (se nella prima frase del romanzo uno il trattino, allora userò sempre il trattino, se uso le caporali userò sempre le caporali e così via). Ora, mi sembra di aver capito che nel tuo caso è una scelta legata alla presenza di due piani narrativi distinti, in tal caso la scelta ha un senso.
    Puntini sospensivi e d eufoniche: molti lettori le odiano, non so perché, ma non credo che pregiudichino la qualità di un testo letterario, altrimenti Pirandello (d eufoniche sempre) e Celine (puntini sospensivi ovunque) sarebbero illeggibili ;-)

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    1. Grazie, Ariano, non pensavo che leggere i commenti di tutti mi avrebbe restituito tutto questo gran sollievo! :)
      Certo, come ho scritto altrove, tutto insegna e da molte cose si impara: so già cosa devo e non devo tenere nella giusta considerazione nella stesura del mio secondo romanzo.

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  9. Tosta l'impaginazione, fa venire fuori certi pasticci... quasi quasi aggiungo altri tre puntini per empatia: ... Di "orrori" ne abbiamo fatti tutti, e non si finisce mai. Io mi sono scoperta un errore di ausiliare con certi verbi che mi ha fatto drizzare i capelli (lunghi) in testa. Che sia benedetta la revisione con lo sguardo esterno, se il poprietario dello sguardo... ci vede! ;)

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    1. La dritta sulla storia dei puntini è partita da Giordana Gradara, ricordi?
      Anche se penso che questo sia uno degli errori su cui ricadono meno imprecazioni (anche perché forse solo un esperto è in grado di riconoscere la differenza fra tre punti fermi in fila e i tre puntini come segno a se stante), invece tutti gli altri... (aridaje, sti puntini!)

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