Fermare i pensieri in corsa, quando attraversano il nostro cervello; fissarli perché non si confondano nel caos di immagini quotidianamente registrate e di sensazioni assorbite mentre parliamo, osserviamo, percepiamo odori, ascoltiamo, mentre, cioè, i nostri sensi lavorano e noi inconsciamente li assecondiamo. Ecco, è questo ciò che faccio io portandomi dietro un taccuino: ce l'ho in borsa e se non è in borsa è in una tasca ma sempre con me, pronto a ricevere suggestioni, a raccogliere e conservare tutto quello che mi colpisce e non voglio vada disperso o dimenticato.

martedì 3 maggio 2016

La scrittura è mia e la gestisco io


Fermo restando che non si possa piacere a tutti e che ciò sia giusto e normale (martedì scorso ci siamo confrontati su questo), come la mettiamo con l'accettazione dello stile? 
Mi sono fatta l'idea che lo stile di una persona sia un'appendice della sua personalità, forse è meglio dire un riflesso, perché è una dimostrazione esterna di ciò che nasce all'interno.

Prendiamo lo stile nell'abbigliamento: in altre occasioni ne abbiamo parlato e io, in alcuni blog amici (forse anche in questo), ho espresso i miei gusti in fatto di moda: preferisco il casual o lo street style (che fa più figo!) ma è prevalentemente una conseguenza del mio non volere apparire, della mia assenza di esibizionismo. Mi piace curare la forma, però, abbinare i colori, mettere in risalto le parti di me che giudico migliori. In buona sostanza, non voglio sentirmi in imbarazzo dentro abiti che non sento miei. Provate a farmi indossare un vestito lungo con amabili tacchi e vedrete una Cenerentola fare le spalle piccole e camminare sempre a bordo parete (sfilare lungo la navata centrale della chiesa il giorno del matrimonio è stata l'unica eccezione concessa dalla mia timidezza). 
Così, nel tempo, mi sono costruita uno stile: all'università ero un po' grunge, mi piacevano gli anfibi e il chiodo. Gli indumenti larghi mi facevano sentire un sacco vuoto, quelle aderenti mi davano più sicurezza e allora via i pantaloni a zampa di elefante e le maglie sotto il sedere, con un jeans e un dolcevita stretto sui fianchi esibivo la mia personalità con disinvoltura: ero naturale, ero me stessa. 
E, alla fine, io sono quello che indosso.

Ma è di scrittura che voglio parlare, mi sono servita dell'esempio legato all'evoluzione del mio abbigliamento solo per fare capire come, secondo me, lo stile nasca spontaneo, come lo si possa strutturare, potenziare, mai sovvertire, per cui quando l'aspirante scrittore si butta nell'avventura fa delle prove, sperimenta vari metodi narrativi ma approda, infine, a quello che è più nelle sue corde.
E se lo stile congeniale non soddisfa le aspettative della gente?
Cambiereste il vostro per rendervi più appetibili al pubblico?

Certe volte per compiacere il potenziale lettore, snaturiamo lo stile che ci appartiene quando scriviamo. Cerchiamo formule che facciano presa oppure ci spertichiamo in acrobazie narrative per risultare originali, per colpire l'attenzione, per avere gli occhi degli esperti o dei comuni consumatori di libri su di noi. 
La domanda è: diventare fenomeni letterari forzando la natura che ci vuole scrittori diversi oppure rimanere fedeli e coerenti al proprio stile con il rischio di non essere mai notati da nessuno?

Mi viene in mente de relato la chirurgia plastica tanto di moda, che fa la fortuna di medici scellerati e non parlo di casi in cui è necessario intervenire, ma delle velleità sciocche di tanta gente che pensa che l'elisir di lunga vita si annidi in protesi gommate o sostanze iniettabili. Si vedono labbra orribili che rendono ancora più orribili le espressioni dei volti (scusate l'opinione personale "fuori tema", ma la lascio: si sappia cosa ne penso!), magari ci sono interventi ben riusciti che ringiovaniscono e l'effetto su alcune persone è gradevole, i seni rifatti di qualche velina possono renderne più piacevole l'aspetto fisico, ma è un artificio, resta comunque una forzatura di ciò di cui madre natura le ha dotate.
Ora io posso inventarmi uno stile che piaccia di più, magari un editor (come un chirurgo estetico) viene a limare, gonfiare parti narrative molli, aggiungere, togliere, ma se il risultato "buono" non mi appartiene cosa ho raggiunto? Solo una fetta di pubblico in più, forse! E forse anche la delusione di chi mi conosce e sa che non scriverei mai in quella data maniera.
Che fare?
Intanto, vi dico cosa faccio io: io mi tengo lo stile che ho maturato dacché scrivo. Ho provato a semplificarmi la vita con storie meno complesse, con un linguaggio più diretto, ho provato a evitare un fraseggio tecnicamente perfetto, a "sporcare" la pagina per "arrivare", ma non c'è nulla di me in quella scrittura, solo esperimenti magari anche ben riusciti, eppure lontani da ciò che sono io e dal modo in cui so e voglio esprimermi.
Che mi importa se corro il rischio di non creare empatia, che mi importa se la precisione sembra per paradosso stonata, non posso tradire uno stile che sento mio, come le convinzioni che sono radicate dentro me o come gli abiti che indosso per essere a mio agio.
Posso migliorarlo, quello sempre, ma rimanendo fedele ai miei schemi narrativi, alle mie ispirazioni, ai miei dialoghi interiori.
Piaccia o non piaccia, ciò che scrivo mi rappresenta, racconta la mia finta semplicità e nasconde le complesse sfaccettature di cui la mia personalità si compone.
E per tornare alla domanda che ho fatto all'inizio, come la mettiamo con l'accettazione dello stile? 

La mettiamo con uno slogan mutuato da quello femminista del sessantotto: lì era l'utero a reclamare l'autogestione, qui la mia scrittura.

76 commenti:

  1. Credo che lo stile non si possa mettere in discussione. O piace o non piace. Punto. E' chiaro che lo stile deve anche incarnare una sorta di equilibrio (e questo lo può trovare solo lo scrittore): deve essere spontaneo e naturale (perché solo così lo scrittore, senza costrizioni, riesce a esprimersi meglio). Ma allo stesso tempo deve consentire al lettore di recepire al meglio quanto scritto. In altre parole: uno stile troppo articolato e denso, pur essendo naturale, potrebbe non favorire la lettura.

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    1. Ecco, la tua osservazione cade giusto a fagiolo: sto leggendo un libro che a quanto pare ha avuto un successo mondiale, ma io sono a pagina cento e leggo tre pagine al giorno tanto lo stile dell'autore acclamato non mi prende. Lui, secondo me, se ne infischia di consentire al lettore di recepire al meglio quanto scritto, infatti, a meno che non sia io ad avere problemi, ancora non ho capito niente!
      Pensavo di darti ragione, ma i fatti smentiscono l'idea che condivido.

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  2. Questo è il campo minato tra l'arte ed il commercio.
    L'arte nel senso del proprio stile di scrittura, di ciò che forma lo scrittore stesso e lo rende unico in mezzo agli altri.
    Il commercio perché alla fine un romanzo vorrebbe essere un prodotto commerciale, vendibile ai lettori. E più lettori lo trovano gradevole e più il prodotto si vende bene.
    E non è nemmeno facile capire cosa vogliono i lettori. Non è poi così vero che cerchino uno stile semplice e scarno. Penso al successo di Sette brevi lezioni di fisica. Non credo possa aver evitato certe parole e concetti complessi propri della materia, di sicuro però li ha ben spiegati. All'opposto mi viene in mente Il Signore degli Anelli, per alcuni soporifero per altri poesia pura. Poi ci sono libri che si vendono più per la storia che per lo stile. Il codice Da Vinci, per dire. Vorrei vedere quanti di quelli che l'han letto sarebbero adesso in grado di spiegarmi phi. Se se lo ricordano, poi!
    Risposta non ce l'ho.
    Cerchiamo di navigare nel mezzo, col fondale bello alto, così da non incagliare la barca.

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    1. Il problema è che non c'è il lettore, ci sono i lettori e ognuno a gusti diversi, quindi visto che è impossibile soddisfare tutti cerchiamo almeno di soddisfare noi stessi ;)

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    2. Sono sulla lunghezza d'onda di Grilloz: proviamo a essere noi, in primis, soddisfatti di ciò che scriviamo. Certo, se poi riuscissimo anche a schiacciare l'occhio a ciò che accade nel mercato editoriale, senza cedere troppo a compromessi che ci snaturano... ma il fatto è che forse bisogna avere un'elasticità mentale che, per esempio, io penso di non avere.
      E il Codice da Vinci io non me lo ricordo, però l'ho letto anni e anni fa: quando la storia vince sullo stile non c'è da ragionarci granché sopra. Ma le due cose possono prescindere l'una dall'altra?

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  3. Sono assolutamente d'accordo con te. Pensa che io ho il problema opposto: una persona che ha letto qualche paginetta (non entro nel dettaglio, perché ne abbiamo già parlato) ha criticato alcuni termini utilizzati dicendo che erano poco letterari, troppo colloquiali. Sinceramente non riesco a vedere il mio protagonista, nell'ambiente in cui è cresciuto, che parla come un accademico del settecento. A me piace che la mia scrittura trasmetta un'idea di "verità": posso sporcare un po' la prosa senza risultare grossolana, pur nella consapevolezza che mantenere l'equilibrio fra realismo ed eleganza è molto difficile, e in revisione dovrò lavorare moltissimo per raggiungere questo scopo.
    Altro problema può riguardare passaggi poco "politically correct": ce n'è uno, seppur brevissimo, nel brano che ti manderò a breve, che mi ha fatto rimuginare non poco. N. fa una cosa in buona fede che potrebbe essere considerato un reato. Questo gesto fa parte di una sua strategia psicologica, non ha uno scopo malvagio, ma un eventuale editor potrebbe non prendere molto bene questo scambio di battute. Per il momento, lo lascio così, mi saprai dire tu.

    P.S. Nemmeno a me piacciono gli abiti larghi, ma quest'anno vanno TUTTI così. Sabato sono diventata matta in giro per negozi perché non riuscivo a trovare una maglietta che non mi facesse sembrare dentro un sacco. Argh!!!

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    1. Infatti, non sono capace di seguire le mode e forse è anche un bene! :)

      Per tornare al discorso serio, il tuo ragionamento non fa una piega: la "verità" del linguaggio che rispecchia un dato contesto o la personalità dei personaggi è un obiettivo che non può essere disatteso nella scrittura, poi che lo stile attraverso cui quella verità viene espressa piaccia o meno è un altro discorso. Tante volte non è un gioco di equilibrio tra realtà ed eleganza nel descriverla, ma di impatto che questo ha sul lettore. E purtroppo non possiamo pensare di accontentare qualunque editor: ci sarà sempre qualcuno che capirà meno degli altri o non capirà del tutto. E ci sarà chi troverà straordinaria la nostra strategia narrativa. Me lo dico, ormai, ogni giorno: scrivi e poi chi vivrà vedrà!

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    2. Il mio stile deve essere affinato, di questo me ne rendo conto. Ogni giorno imparo qualcosa di nuovo. Però tutto sommato mi piace, e forse è questa la cosa importante. :)

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    3. Certo che lo è. Direi che è fondamentale! :)

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  4. PEr restare al tuo paragone uno lo stile se lo deve sentire bene addosso, se si sente forzato ad indossare un capo si vede, ed è peggio, al massimo se qualcuno consiglia un accessorio o un colore si può valutare.
    Diverso il discorso con la sperimentazione, lì vale tutto, magari poi si scopre che ci sono altri stili che ci calzano a pennello ;)

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    1. Io credo che la sperimentazione avvenga in una fase preliminare, di crescita, di perfezionamento. Provo e vedo con cosa sto più comoda, poi, trovata la combinazione giusta, ho solo da aggiustare il tiro con colori e accessori. Se provi a cambiare ciò che ormai fa parte del tuo guardaroba, puoi goderti la novità qualche giorno, ma poi torni al tuo, sono convinta.

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    2. Probabilmente sì, quando si acquisisce uno stile è difficile e forse anche dannoso cambiare. Però è bello mantenere un minimo di capacità di sperimentare e anche il coraggio di cambiarsi. Per farti un esempio musicale, guarda Madonna (che piaccia o meno non ha importanza) quante volte è riuscita a rinnovarsi dagli anni '80, senza mai cessare di essere se stessa.

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    3. E questo è ciò che probabilmente accade in una fase successiva, quella della maturità artistica, quando la consapevolezza acquisita e ben strutturata consente di fare sperimentazioni partendo da una base solida. Madonna si è saputa riciclare bene, è vero e il suo zoccolo duro è senz'altro l'incredibile sua carriera.

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  5. Il mio stile è quello, e non sarà il migliore del mondo, però mi appartiene. E poi, il mio motto che dice? "Prima la storia, poi il lettore". O mi accetta per quello che sono oppure... Be', le alternative non mancano! :)

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    1. Sì, credo da lettrice di poter dire che tu hai un marchio di fabbrica ed è ben definito. Hai mai sperimentato la critica negativa su quanto scrivi?

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    2. A parte la mia intendi? Vale a dire: scrivi qualcosa, lo fai leggere a una persona che sai che non ha peli sulla lingua, e quella ti dice: "Non solo hai sbagliato cavallo, ma pure giorno, gara e continente"? No, sino a ora non mi è ancora successo.

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    3. È perché le tue storie funzionano e sono belle. Oltre a essere ben scritte.
      Ti piace la mia sviolinata? :)

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    4. Qui si sviolina troppo. Mi monterò la testa e pretenderò il "Voi" :)

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  6. Mi trovo perfettamente d'accordo con te: lo stile è una sorta di carta d'identità per lo scrittore. Ci sono opere celebri delle quali puoi riconoscere lo scrittore a occhi chiusi, solo leggendone alcune pagine. Lo stile è come il timbro per uno strumento musicale: è la voce dello scrittore. Uno stile unico, sebbene sulle prime non riesca a conquistare molti lettori, è ciò che permette di restare riconoscibili nel tempo.

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    1. Ciao Nico e benvenuto nel mio blog. Mi fa piacere che tu abbia lasciato un tuo commento. Sei uno scrittore anche tu e sai bene quanto sia importante elaborare uno stile che sappia renderci unici. Hai ragione: vedo anch'io lo stile come una carta d'identità, la voce dello scrittore. Tu ne hai una? O sei ancora alla ricerca di quella che ti identifichi?

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    2. Grazie Marina. Si ho trovato il mio stile, il mio modo personale di piegare la scrittura alle esigenze del messaggio da trasmettere. Però non lo vedo come definitivo, bensì in continuo divenire, così come del resto si evolve la nostra personalità. Inoltre , pur mantenendo le sue caratteristiche peculiari, mi piace adattare il mio stile al tipo di romanzo che sto scrivendo o al genere letterario.

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  7. Ehm... ci voglio pensare. La parte impulsiva è qui ad alzare il cartello con tanto di slogan, in prima fila, ma c'è un'altra vocina, quella della mia lucciolina che lampeggia di no con il culetto. Voglio dire che forse non è tutto così semplice. E' vero che lo stile è lo stile, ma chi scrive romanzi, racconti, lo fa nella speranza di pubblicare, di farlo per lavoro. E io mi chiedo: se si scrive per lavoro, non bisognerebbe vestire l'abito più adatto?
    Un po' come quando ti dicono che per fare il rappresentate devi andare in giacca e cravatta. Ma tu ce lo vedresti uno in jeans strappati e anfibi? Io sì... lo troverei anche più simpatico e con me sarebbe empatia a prima vista, ma funzionerebbe (non dico con tutti ), con il 60, 70% delle persone? Un editore vuole vendere libri, giusto? E chi scrive fornisce il prodotto, quindi, di qualcosa si deve tener pure conto. Ok. fine del ragionamento a voce alta. Odio essere riflessiva, l'idea di dover modificare qualcosa di me solo per compiacere qualcuno mi irrita, infatti, non mi sento molto a mio agio con questo discorso, ma forse, pensare di scrivere per arte o per mestiere sono due scelte diverse che richiedono atteggiamenti diversi.

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    1. La lucciola che lampeggia col culetto è fantastica! *__*
      È proprio lì il succo della contraddizione: scendere a compromessi forzando se necessario il proprio stile oppure provare a condurre battaglie serie a difesa dello stesso?
      Sai che non so dire cosa sia meglio o peggio?
      Scrivere per arte o farlo per mestiere?
      Forse il vero scrittore non si pone questi problemi: fa della sua arte, in qualunque stile o forma espressa, il suo mestiere. Con buona pace di editori e lettori tutti.

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  8. Il discorso dello stile è complicato, perché, secondo me, a definire lo stile di un testo concorrono diversi elementi. Non scriverei mai con lo stesso stile un racconto in prima persona pensato per dei ragazzini e un racconto in terza persona pensato per degli adulti. Cambierebbe il lessico, la struttura della frase e l'organizzazione dei paragrafi. Rimarrebbero entrambi miei, per sentire, per tematiche, per gusto, ma l'aspetto stilistico sarebbe diverso. Esattamente come non mi vesto allo stesso modo per andare in gita in mezzo ai boschi o a un matrimonio, anche se in entrambi i casi non metto i tacchi. Infine, portando avanti questo paragone, io non mi snaturo, ma sono consapevole di quando serva un abbigliamento più formale per non offendere o quando ne serva uno più sportivo per non farmi venire le fiacche ai piedi. Quindi un autore secondo me sì, non deve snaturarsi, non deve svendere il proprio stile, ma lo deve saper adattare al testo e ai lettori che ha in mente, se non vuole sembrare fuori luogo come chi si presenta in tacco dodici in alta montagna. Ma non dubito che tu sappia adattarti!

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    1. Hai ragione, lo spirito di adattamento dello scrittore è fondamentale in relazione al pubblico cui sceglie di rivolgersi, ma forse, almeno nel mio caso, non nasce prima il destinatario di ciò che scrivo e poi lo stile da adeguare, perché è proprio il modo in cui scrivo che esclude un certo pubblico e io so che non posso cimentarmi in una scrittura adatta ai ragazzi, sentirei di camminare fuori dai miei binari.
      Potrei riuscirci, chissà, ma stenterei a indossare quella veste e, alla lunga, ciò si noterebbe. Per continuare la metafora dell'abito, io alla cerimonia vestita in lungo vado e faccio anche la mia bella figura, ma non vedo l'ora di scapparmene!

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  9. Il mio stile è molto definito, ci ho messo anni per costruirlo e non si tocca, punto :D è un elemento di forza, questo me l'hanno detto tutti, anche chi è del mestiere, poi magari manca la storia, la struttura narrativa, ma lo stile quello c'è e funziona. Sandra

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    1. Sì, il tuo stile ti identifica appieno: se io leggo le storie di Sandra leggo Sandra e questo è un approdo bellissimo che io ti invidio molto.
      Sei arrivata, secondo me, alla consapevolezza più importante per uno scrittore: la costruzione di un proprio stile che funziona.

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  10. Lo stile è un'arma a doppio taglio, nel senso che da un lato identifica in modo perfetto un autore, dall'altro però lo circoscrive.
    Se non ti piace lo stile di uno scrittore, difficilmente ti piacerà leggerlo anche e cambia completamente genere o contenuti narrtativi (ammesso che lo stile si presti a salti di genere).
    Personalmente tendo a privilegiare i contenuti, però ammetto che non avere un mio stile definito è anche un piccolo cruccio talvolta.

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    1. A te sembra di non avere uno stile: io ti ho letto in quasi tutto ciò che hai scritto e il tuo "tocco" lo percepisco. Che poi identifichi e circoscriva, lo stile, sì, questo è vero, ma in fondo dev'essere così se no ci sarebbero tanti scrittori bravi, dotati ma piatti. Invece distinguersi significa anche correre il rischio di piacere a pochi.
      Tu, a me, piaci (lo ribadisco, ché male non fa! ;) )

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    2. Sottoscrivo, Ariano si sminuisce sempre, sbaglia. Ho letto i suoi ebook ed è molto bravo.

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  11. Penso di essere giunta alla conclusione che lo stile è un insieme di caratteristiche innate e di studio. Mi rendo conto che negli ultimi tempi il mio stile sta cambiando (crescendo, spero!), ma che comunque mantiene tratti personali che è bene che ci siano. Per cui un conto è lavorare per migliorarsi e magari anche per rapportarsi in modo congruo al tipo di pubblico che si vuole raggiungere, un altro è plasmare il proprio stile su una richiesta puramente commerciale. La difficoltà, come sempre, è capire se certe asperità non vadano limate, non tanto per compiacere qualcuno, quanto perché lo richieda una maturità artistica. In pratica, non piegarsi al mercato ma nemmeno arroccarsi sul proprio stile senza l'umiltà di accorgersi di possibili limiti. Come stare nel mezzo? Bella domanda... :)

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    1. Caratteristiche innate, è quello che penso anch'io; poi che lo studio serva ad affinare, migliorare, progredire questo è altrettanto indubbio. Per questo ho fatto questa riflessione: secondo me puoi plasmare il tuo stile quanto vuoi per arrivare a vendere di più o per "servire" un padrone, ma alla fine ritorni a ciò che sai o ti viene meglio scrivere, altrimenti la scrittura può risultare frustrante.
      Crescere nello stile vuol dire anche riconoscerne tutti i limiti, certo, ma lavorare su una base consapevole è una cosa diversa dallo spersonalizzarsi del tutto.

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  12. Io non credo che lo "stile" si posso costruire più di tanto: ogni persona che scrive tende ad averne uno proprio, che si compone poi di altro (bravura, talento, furbizia, cultura, sudore e pazienza). Altra cosa è variare il registro in base allo storia narrata, ciò che richiede una discreta padronanza della tecnica per non dare vita, ad esempio, a personaggi caricaturali. C'è da tener presente che un libro piace o meno a prescindere da considerazioni "accademiche": ecco perché non tutti amiamo gli stessi autori, anche se ne riconosciamo la grandezza, oppure ecco perché un libro che non si distingue per stile, ci è piaciuto immensamente.
    I soliti miei deliri, da lettrice :D

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    1. No, infatti, costruire ex novo uno stile è impossibile; gli elementi che citi, bravura, talento, furbizia, cultura, sudore e pazienza sono tutti quegli indispensabili ingredienti che servono per crescere. Bisogna essere molto eclettici per scrivere cose diverse, mantenendo una certa coerenza con il tipo di storia narrata. Io non ne sarei capace: posso esercitarmi con scritture brevi, ma non potrei dedicarmi interamente a una storia che non rientri nelle mie corde.
      Poi, certo, i gusti restano sempre "non disputandum"!

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  13. Questa volta voglio fare il dottrinale, chiedendo l'aiuto da casa XD

    Uno dei tanti dizionari online definisce lo stile come: particolare modo dell'espressione letteraria, in quanto siano riconoscibili in essa aspetti costanti (nella maniera di porsi nei confronti della materia trattata, di esprimere il pensiero, nelle scelte lessicali, grammaticali e sintattiche, nell'articolazione del periodo, ecc.), caratteristici di un'epoca, di una tradizione, di un genere letterario, di un singolo autore[...].

    Penso sia assolutamente palese la diretta conseguenza: ognuno dovrebbe avere il suo, altrimenti non sarebbe più suo... non fa una grinza :P

    Che poi si possa somigliare a, essere accostati a, avere tratti comuni con, rientrerebbe tutto nella riflessione fatta nel commento del post collegato a questo: dipende da chi legge (e, a quel punto, chissene!).

    Quindi, fai bene a gestirtelo tu... ad una condizione però! Non limitare il numero delle tue opere allo stesso dei pargoli :D

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    1. Accidenti, hai toccato la nota dolente: sono una "elucubratrice" pignola, rifletto su tutto e mi faccio mille problemi, ma all'atto pratico con quali esperienze mi misuro?
      Prima o poi riuscirò a dare una dimostrazione più concreta del mio stile, senza accontentarmi di discuterne e basta con poche produzioni alle spalle!
      (Lo sto scrivendo il nuovo romanzo o, almeno, sto provando a sedurre il tempo per avere più spazio da dedicare alla scrittura ;)

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    2. Ecco, il quesito che poni è interessante, non meno della psicologia celata nell'affermazione successiva. Andiamo per gradi.

      all'atto pratico con quali esperienze mi misuro?
      potresti farci un post :D la risposta potrebbe essere "i lettori, i commentatori, quelli nelle tue stesse condizioni, quelli con le tue stesse aspirazioni": la mia considerazione -per il momento- è sempre la stessa :D però sarebbe utile andare a fondo.

      Come lo sarebbe altrettanto "elucubrare" su quanto hai scritto subito dopo:
      riuscirò a dare una dimostrazione più concreta del mio stile
      dimostrare in che senso? ma soprattutto, a chi?

      Come già detto, non sono scrittore, ma solo un PG a caso che scrive post sul blog, commenta in altri blog e ogni tanto partecipa a qualche iniziativa a tema. Son pignolo? Certo, e non sai quanto XD ma quando son lì, tastiera alla mano, davanti al monitor, cerco di essere soddisfatto esclusivamente di quanto sto realizzando. Mi rileggo e penso "ok, adesso mi piace". Se piace anche agli altri, bene. Se non piace... piacenza XD

      Oggi è così, domani magari ci saranno le famose "lacrime" da condividere, anche se non credo poi più di tanto ;)

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    3. Sai, uno pensa: questa parla di stile, di scrittura messa alla gogna, di giudizi positivi o negativi e poi... ha scritto solo un fortunato romanzo! Un po' pochino per trarre conclusioni, ragionare su cosa va bene fare e cosa non va bene... Ecco, è di queste esperienze che parlo: il materiale è quantitativamente povero! Ma ne parlo ugualmente, perché mi piace farmi domande e darmi risposte (quando non sono gli altri a suggerirmi quelle più consone).
      Io scrivo con un unico scopo, che è piacere a me stessa, prima di tutto, cioè scrivo ciò che a me piacerebbe leggere e mi chiedo chissà in quanti sono ad avere i miei stessi gusti! È a questo pubblico che voglio dimostrare non di sapere scrivere (ho una piccola presunzione, a riguardo!) ma di essere all'altezza delle aspettative che gli ho suscitato.

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    4. "Ora sei al liceo, ma quando sarai all'università..."
      "Ora ti stai laureando, ma quando entrerai nel mondo del lavoro..."

      Ho sempre odiato frasi del genere, perché -ok la mancanza di esperienza- ma avrò diritto di avere un'opinione a riguardo di un dato tema pur non vivendolo in prima persona? Potrebbe essere anche la più sbagliata possibile, ma ho sempre avuto la vena pulsante durante detti colloqui.
      E tu fai benissimo a far "esplodere" quella vena (metaforicamente, ovvio :P) perché dimostri di avere a cuore le tematiche della tua passione. Un punto in più per te per la gioia nel confronto :D

      Aggiungerei che siamo abbastanza in sintonia sullo scopo nella scrittura, e anche sulla curiosità derivante.
      Rispetto alla presunzione, se quello che leggo qui sul blog è come un antipasto, figuriamoci il pranzo completo! (Sì, è un complimento :P)

      E poi... non si può essere perfetti :P

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    5. :) grazie per il complimento, PG! *__*
      La perfezione non attira nemmeno me, in nessun campo.

      Tu hai scritto qualcosa?

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    6. Sì, la lista della spesa XD

      Come detto, a parte i commenti e i post sul blog, mi son divertito partecipando a qualche iniziativa della blogosfera (Insieme raccontiamo, al quale hai preso parte anche tu :P). Avrei voluto partecipare volentieri ad un concorso nato su un blog non troppo tempo fa, ma sono arrivato in ritardo, visti gli stessi impegni che mi hanno tenuto lontano dal giro. Questo in maniera pubblica.

      In maniera privata, o quantomeno non sui blog (per ora, ho una mezza idea che fa la matta nella mia testa a cui spero di dare sfogo appena possibile), ho scritto e dato "realtà" a varie storie per giochi di ruolo e, come tanti, ho vari racconti/idee nel cassetto. Probabilmente non è ancora tempo (non avendone poi tanto a disposizione ultimamente).

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    7. Me lo ricordo: eravamo nel "Raccontiamo insieme" n. 3 (o era il 4?), quello della tazza di tè fumante davanti al camino (o no?)
      ... E meno male che me lo ricordavo bene! :D

      Progetti, progetti, progetti...
      È bello che non manchino, almeno nelle nostre intenzioni!
      buona scrittura! :)

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    8. Non chiedere a me che ho una memoria pessima :D

      Intanto, grazie e altrettanto ;)

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  14. Una mia amica, che è una scrittrice abbastanza affermata, aveva letto alcuni miei racconti prima che uscisse il mio primo libro. Mi ricordo che mi disse: "Belli. Ma perché non li ambienti in Italia al giorno d'oggi?"
    Perchè no! Perchè l'ambientazione fa parte di un mio certo modo di scrivere, esattamente come lo stile.
    Allora, aggiunse: "Guarda che gli editori preferiscono così, perchè i lettori vogliono leggere storie ambientate in Italia, quindi gli editori pubblicano quelle."
    Sempre no! Magari mi leggono tre gatti, ma almeno scrivo ciò che mi pare. Il primo a essere soddisfatto al 100% del proprio lavoro deve essere l'autore, che fa bene a non snaturare la propria scrittura per venire incontro a esigenze di altri. Pensiamo a Michelangelo ai nudi della Cappella Sistina. Anche se lì poi è stato chiamato il Bragheggiatore e metterci delle pezze...

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    1. Già, gli esempi migliori sono gli artisti che fanno la storia! Chissà se un giorno anche noi... Ti immagini, fra un secolo, qualche blogger avveniristico si interrogherà sullo stile della scrittura e qualcuno risponderà: pensiamo a Marco Lazzara, alle sue singolari ambientazioni. E qui chi chiameremmo, però, a mettere le pezze? :P

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  15. Lo stile personale è fondamentale, sempre che non sia qualcosa di costruito in funzione di possibili ed eventuali lettori. Credo anche che sia un processo in divenire. Fondamentale è quello che si vuole raccontare, altrimenti un buon lessico e uno stile personalissimo rimangono solo sul piano della piacevole affabulazione. Arte anche quella, dipende dagli obiettivi dello scrittore.

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    1. Per esempio, il mio obiettivo è riuscire a portare sul foglio ciò che provo dentro quando scrivo. Quando indosso il mio abito comodo, cammino spedita, non mi preoccupo di chi mi guarda, di chi mi ignora, sto esprimendo il mio modo di essere di cui vado fiera. Ecco, io vorrei raggiungere questo nella mia scrittura: essere a mio agio con lo stile, non dovermi chiedere se piacerò o meno ed esprimermi in libertà, mostrando con fierezza ciò che sono.

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    2. Hai detto niente. Quello che descrivi attiene all'arte, se proprio dobbiamo aspirare a un modello scelgo anche io come te quel tipo di meta. Se poi, per i motivi tra i più vari, tocca fermarsi prima della meta, sarà sulla strada più fulgida.

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  16. Concordo con il pensiero di Tenar, come adattiamo l'abbigliamento alle diverse occasioni possiamo leggermente adattare lo stile di una storia in base al tema e al pubblico a cui è rivolto. Vero è però che la base dello stile rimane. Per esempio anche se vado a un matrimonio elegante non metto il tacco dodici (ma una scarpa elegante con un tacco portabile) il mio stile è quello e nella scrittura avviene lo stesso.

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    1. Il fatto è, come ho già risposto altrove, che il mio pubblico è sempre lo stesso, perché voglio rivolgermi solo a quello: mi piacerebbe scrivere favole per bambini (come ero capace di raccontarle oralmente ai miei figli, quando erano piccoli), ma so che lo stile che ho dentro e che mi rappresenta è ben lontano da quello adottabile per scrivere una favola. Vado al matrimonio e mi adatto con una scarpa bassa, ma poi non vedo l'ora di tornarmene a casa e riporre vestito e calzature eleganti nell'armadio.

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  17. e comunque snaturare il proprio stile per andare incontro al lettore o alle mode non credo sia possibile e potrebbe essere controproducente

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    1. Sono d'accordo! Una forzatura non sfugge all'occhio attento di un buon lettore! :)

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  18. Apportare miglioramenti al proprio modo di scrivere è vitale ma cambiare lo stile mi sembra troppo. Io, con il mio, so di giocarmi una buona parte di lettori, sia come blogger che come autrice, ma non ho intenzione di cambiarlo. Non sarei io. E le mie storie non farebbero lo stesso effetto. So modificarlo in base al genere, so renderlo più o meno incisivo in base alla situazione, ma non posso mutarlo. Non saprei nemmeno da che parte cominciare. Nessuno dovrebbe farlo. Il tuo stile è unico e racconta in modo unico. Sarebbe un peccato perderlo. :)

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    1. Infatti, Monica, perdere uno stile sarebbe come rinunciare a una parte di noi. Migliorarlo sempre, trasformarlo senza che a ciò si arrivi secondo una normale evoluzione, mai!

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  19. D'accordissimo! Come diceva il buon vecchio Popeye: "I am what I am, and that's all that I am!".
    La mia blog novel serve anche a questo, a mostrare il mio stile così com'è al naturale, senza nessuna chirurgia plastica.

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    1. Invecchiare con il proprio stile senza sentire per forza il bisogno di rinnovarsi andando fuori da tutti i binari, questo è intelligente.
      Io ti leggo: il tuo stile è sobrio, pulito. You are what you are! :)

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    2. Ed ecco che le decine di lettori anonimi di Solve et Coagula lentamente acquistano un volto... ;D

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    3. Quando leggo entro sempre in modalità sommergibile! :)

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  20. A me piace il mio stile, l'ho maturato nel corso degli anni e sento che si tratta di una maturazione che non s'è ancora arrestata. A volte concedo qualcosa, ma perché ho sempre il dubbio di essere troppo incasinato e allora cerco di semplificare certe frasi (anche se so che non si direbbe XD ), ma nel complesso ne sono soddisfatto.
    PS: non credo che un editor possa stravolgere uno stile di scrittura!

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    1. No, infatti, non dovrebbe essere quello il suo mestiere, ma di fatto quando ti suggerisce di sistemare il testo secondo uno schema ben preciso è come se ti stesse chiedendo di forzarti un po'. Lì, bisogna capire se ha ragione oppure no, ma questo è un altro discorso.
      Bravo, la sicurezza è sempre un'arma vincente!

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  21. Vai di chiodo e anfibi con la punta di ferro, specialmente quando scrivi!
    Non lasciare che ti facciano... i tacchi! :D
    Io ho provato a uniformarmi ma ho scoperto che so scrivere solo in un modo. Buono o malo che sia, è quello! E se mi sento insicura, penso che tanto, qualsiasi cosa tu faccia o dica, la "gente" ti criticherà sempre e comunque. Quindi, tanto vale far quel che si vuole!
    PS: io avevo il bomber e i Dr Martens :D

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    1. Cara Lisa, il tuo commento chiude perfettamente il cerchio, perché è vero che come la metti la metti c'è sempre qualcuno che avrà da ridire.
      Teniamoci chiodi e Dr Martens e chi s'è visto s'è visto! ;)
      (Shhh, non lo dire a nessuno, fino a un paio di anni fa ne avevo un paio rosse che erano uno spettacolo!) :D

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  22. sullo stile non si puo' discutere, secondo me o piace o non piace ed ovviamente come scrivi a non tutti possimo piacere. lo stile è soggettivo.

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    1. io mi diletto a scrivere, ho all'attivo qualche pubblicazione in antologie ed verissimo che è soggettivo lo stile e tutto cio' che scrive anche Nina.

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    2. Ciao Nina, benvenuta!
      Decisamente ognuno ha un proprio stile. Quanto irrinunciabile? Questo è il punto!

      P.S. Anche a me manca il mare, :)

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    3. Benvenuta anche a te, VelaBianca. Se scrivere ti aiuta a non affogare, allora navighiamo sulla stessa barca a vele spiegate! :)

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  23. Credo che lo stile rispecchi non solamente l'autore, ma debba riflettere anche in quale epoca è ambientata la storia e in quali ceti sociali si muovono i personaggi.

    Mi spiego meglio: nel mio romanzo "Il pittore degli angeli" ho una storia ambientata alla fine del 1500 a Venezia con pittori come Tiziano Vecellio. Ovviamente non potevo adottare uno stile troppo moderno, e in alcuni passaggi mi hanno detto che uso alcuni termini un po' desueti... eh, certo, siamo in una bottega di fine Rinascimento, non in una start up del 2015! Eppure è un romanzo che è piaciuto moltissimo. In questi libri della mia saga crociata ho uno stile ancora diverso, un po' più asciutto in quanto ci sono scene di azione come battaglie e scontri... ma comunque non potevo far parlare dei guerrieri vissuti nel 1099 e dintorni come dei giocatori di pallacanestro nel Bronx! :-)

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    1. Giustissimo! Io ho vissuto questo problema: nel mio romanzo, il giovane protagonista "bello e dannato" ha un linguaggio un po' troppo accademico e forse questo stona (me lo ha fatto notare Chiara); avrei dovuto "sporcarlo" leggermente, sai cosa mi salva? Che è un personaggio creato da un computer, perché siamo nella realtà virtuale dove, alla fine, tutto può essere tutto! :)
      Consigliami un tuo libro da leggere: ho voglia di tuffarmi nella storia! :)

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    2. Sarei veramente contenta se tu leggessi qualcosa di mio! :-) Ti consiglierei "Una storia fiorentina": se vai sul mio blog puoi vedere subito la copertina sulla colonna di sinistra. Se clicchi sopra, ti porta a una pagina con tutte le informazioni, compresi i link da cui scaricare questo romanzo breve. Si tratta di un'opera giovanile che ho voluto riproporre in forma gratuita, sia come pdf che come ebook.

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    3. Bello, grazie! Fatto! :)

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  24. Se ti va, QUI un piccolo premio per te.

    Lo stile deve essere personale altrimenti è omologazione. Deve rispecchiare a mio parere quello che siamo e quello che vogliamo dire e proviamo.
    Siamo individui simili ma non identici e quindi anche lo stile nel vestirsi, mangiare o scrivere può essere simile ma non identico
    Cambiare per far piacere al lettore...mah! può essere utile per vendere ma bisogna prima rilettere e capire se cambiando riusciamo lo stesso a dire quello che vogliamo.

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    1. Eccome se mi va e ti ringrazio, Patricia! ;)

      Hai toccato un punto su cui rifletto sempre quando scrivo a modo mio: solo così io so dire esattamente ciò che voglio, hai detto bene. Ho provato a lisciare il pelo a stili diversi dal mio e non mi sono riconosciuta. Vorrà pur dire qualcosa, no?

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    2. Direi proprio di si. Anche perché si corre pure il rischio di diventare in un certo qual modo ridicoli a scimmiottare altri scrittori solo perché di moda.
      Penso che l'unicità del proprio stile a lungo anche possa portare soddisfazioni

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  25. Non credo che lo stile possa essere modificato a piacimento. Può evolvere naturalmente, essere favorito dalla varietà delle letture, migliorare perché diventi più consapevole come scrittrice, ma non credo lo si possa costruire a tavolino. Certo, lo stile che ci si ritrova può anche non piacere agli altri. A questo punto direi: pazienza! Fa parte delle regole del gioco. :)

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    1. È vero e secondo me la vera consapevolezza di uno scrittore, la sua maturità passano proprio attraverso l'accettazione di queste regole del gioco.

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